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"TUNAATA"
Angelina era mia nonna. Ma non una nonna qualsiasi. Lei era una nonna speciale.
Se dovessi dipingerla la farei di tutti i colori, con un grande sorriso e luminosi
denti bianchi da abbagliare; due occhi grandi e vivaci e i suoi buffi riccioli
biondi che non volevano saperne di stare in posa come lei voleva. Era molto
elegante e aggraziata nei movimenti. All'epoca io avevo cinque anni, e lei
per me ne aveva solo qualche in più. Io, allora non conoscevo la tristezza e
la morte. Conoscevo l'amore, quello che per i miei genitori avevo, per i nonni
paterni, e per lei, la mia cara nonna. La mia "nonnetta buffa" come mi piaceva
spesso chiamarla. Il suo sorriso era come un raggio di sole che mi coccolava
e mi riscaldava nei momenti più tristi che anch'io bimba avevo. Lei, la mia
nonna, sapeva trasformare una gelida giornata d'inverno in una gioiosa
giornata d'agosto. E, con il nasino all'insù rimanevo incantata per ore
a guardare quel "vulcano" di gioia e allegria. Ma da dove prendesse tutta
quell' energia per me fu sempre un mistero. Aveva sempre il sorriso sulle
labbra e mi diceva sempre:" sii sempre felice di poter aiutare chi ha bisogno..."
me bel bambolotto,....Ma non essere mai pronta a far del male...." E mi
guardava intensamente con i suoi grandi occhi marroni, luminosi , che io
trovavo buffi e li chiamavo "i pesci palla di nonna". Non capivo perché
continuasse a ripetermi queste parole, ma sono rimaste impresse nella mia
memoria e il loro significato inizio solo ora a comprenderlo.
Ricordo che continuavo a dirle :"Nonna, ridi, ridi". Mi
piaceva sentirla ridere ed escogitavo di tutto pur di
sentire quella risata contagiosa e forte rimbombare nelle
mura di casa....e mi sa che quando questo succedeva mezzo
paese la sentiva... Ah, ma la cosa che più di ogni altra
adoravo farle era scompigliarle i capelli. I suoi amati e
intoccabili capelli. Erano il suo "tallone di Achille".
Dovete sapere che la mia nonna, non sopportava che le si
toccassero i capelli, a maggior ragione dopo una lunga e
"faticosa" giornata dal parrucchiere. Si arrabbiava .
E molto. Ma per me era troppo bello vederla arrabbiata,
riusciva ad essere buffa anche quando voleva fare la
"dura". Lei si arrabbiava e tentava di fare la voce grossa
e io ridevo e ridevo, finche lei stufa di quel disastro
che le stavo facendo in testa si metteva la retina.
Poi non mi parlava più ed escogitava un piano per punirmi.
Sapeva che odiavo i cappellini che la mamma, ostinatamente,
mi comprava. Con una scusa molto ben studiata, del tipo
"Vieni con me, bel bambolotto, che andiamo a prendere un
bel librino da colorare assieme..." .Metteva così in atto
il suo piano e, ovviamente, io ci cascavo sempre. Velocemente
infilavo la prima cosa mia che trovavo e mi preparavo davanti
alla porta di casa. Ma , lei, la mia nonna, sorridente, mi
presentava, con una certa calma che a me innervosiva, il
famigerato cappellino, e un secondo dopo me lo ritrovavo in
testa, senza che avessi avuto il tempo di protestare. Si
certo il libro poi alla fine me lo comprava. Ma prima doveva
andare da una sua amica a chiederle "qualcosa"; poi andava
da un'altra sua amica, più simpatica e ci rimaneva un ora a
dir poco; poi voleva fare una passeggiata attorno al laghetto
del Castello; poi andava a prendere "qualche oggettino" che
le mancava al supermercato, e comprava tantissima roba, in
quel modo, a me, toccava poi aiutarla. Poi, se durante il
tragitto non incontrava le sue amiche, cosa questa assai rara
visto che conosceva tutto il paese, finalmente si ricordava
del mio libro e me lo prendeva, ovviamente all'edicola più
lontana. Arrivavo a casa sfinita e la sera riuscivo a malapena
a mangiare da quanto ero stanca. Che momenti indimenticabili
porto nel cuore. Mi sembra di sentire ancora il suo profumo,
dolce e fresco, il suo respiro e quel senso di protezione
che mi dava. Nulla e nessuno poteva togliermi la mia nonnetta buffa.
Ma non fu così. Successe. Lei si ammalò.
All'inizio lei sembrava sempre la solita di sempre. In un
noioso pomeriggio d'inverno, come al solito passato in
casa, mi annoiavo, così decisi di fingermi una turista che
andava a visitare il mondo. Presi la mia macchinina rossa,
la borsetta di lana regalatomi dalla nonna Angelina, misi
dentro qualche soldino finto e, muovendole mie gambine
iniziai a prendere velocità. Facevo finta di visitare città
inesistenti, ma in realtà non facevo altro che girare in
continuazione attorno al tavolo di legno della cucina.
La mia nonnetta stava beatamente dormendo sul divano.
Mi fermai a guardarla. Mi arrabbiai molto: io avevo voglia
di giocare con lei, mentre lei aveva voglia di dormire col
divano. Ma il problema non era quello. Non avevo accettato
la malattia della mia nonna. Non avevo accettato il fatto
che "quella cosa", le portasse via così tanta energia da
avere sempre più bisogno di riposarsi. Mentre prima il suo
riposo preferito ero io. Anche perché quelle poche volte
che giocavamo insieme lei si stancava quasi subito e mi diceva
con un filo di voce di andare dalla mamma a continuare il gioco,
perché doveva riposare, sempre su quel divano... Per distogliere
dalla mia mente questi pensieri decisi di farle uno scherzo,
almeno avremmo riso, come un tempo. Lo sguardo acuto che avevo
mi portò a notare nel cestino della frutta, sotto una pila di
mele, una mela un po' "matura". Era l'ideale per lo scherzo.
Mi fermai e in silenzio mi avvicinai al cesto e una dopo l'altra
levai le mele e presi quella che a me interessava. Sentivo le
mie dita affondare in un qualcosa di molliccio. Con un sorrisetto
sulle labbra mi avvicinai alla nonna dormiente. Veloce come un
lampo, le alzai la testa e le misi la mela marcia sotto di essa.
Mi allontanai, trattenendo con le mani sulla bocca una risata.
La nonna alzò di scatto la testa. Spalancò i suoi occhi, girò
la testa verso di me e mi fissò. Scoppiai a ridere ."Non sei
mica normale...tu.. sei tutta matta cara ...che cosa c'è...
che hai da ridere.. pagliaccio..? Non si rendeva conto di cosa
fosse successo in realtà. Dette queste parole si lasciò cadere
e la testa andò dritta sopra la mela.
"SPLASH!!!" Si sentì nell'esatto istante in cui la testa andò
sul frutto marcio schiacciandolo in "mille meline marce", che
rimasero appiccicate ai capelli della nonna. Ormai io non riuscivo
più a contenere le troppe risate. Con la mano toccò quella cosa
molliccia e appiccicaticcia che sentiva attaccata alla testa.
Ci impiegò qualche secondo, a capire che ero stata io a farle
lo scherzo. Iniziò a muovere le braccia nella mia direzione
cercando in qualche modo di riuscire a prendermi. Ma io, furba,
mi ero messa a una distanza tale che, non sarebbe riuscita a
prendermi. Sapevo anche che la nonna non era in grado di alzarsi
da sola, e quindi, le rimasi davanti a ridere a crepapelle,
facendola arrabbiare sempre più. La mamma scese dal piano superiore
della casa di corsa, sentendo l'urlo della nonna. Come entrò in
cucina e vide la scena non poté fare a meno di scoppiare anche
lei in una gran risata. Che risate quel giorno. Morale, la mamma
capì che il mio era solo un gioco sfuggito di mano e fatto senza
cattiveria, ma con il desiderio di ridere . Mi "punì" facendomi
togliere dal pavimento tutti i pezzetti di mela che erano caduti.
Ad ogni mio tentativo di "far pace" con la nonna, lei rispondeva
sempre cercando di prendere e lanciarmi dietro tutto quello che
riusciva ad afferrare. E ovviamente, non avendo una gran mira,
mi mancava, mentre io ridevo e ridevo. Provo ancora molta tristezza
per quel periodo che rubò anche la memoria alla nonna. Giorno dopo
giorno pezzi di ricordi svanivano. Come in un pomeriggio di gennaio,
freddo e triste, giocavo a guardie e ladri con la mia solita
macchinina rossa. Giravo velocemente sempre attorno al tavolo
della cucina, rincorrendo chissà quali pericolosi ladri. La nonna
era sveglia. A un certo punto mi disse:
"Ehi... Ehi, tu... chi sei? E'?.. Che cosa ci fai qui?.. Chi è la
tua mamma?". Io ero incredula. .Ma come non mi riconosce più ora?
"Ma nonna, sono io... Isabella, tua nipote, nonna..!" Mi fermai
davanti a lei e la guardai. Sbalordita.
"Ah... falla finita, perché sei qua… e continui a girare con
quell'affare nella mia casa... che vuoi... chi sei... bugiarda?"
Ma come, non mi riconosce, io la sua bimba preferita, lei la mia
adorata nonnetta?. Mi dissi che forse era, tra le altre cose,
diventata anche più sorda di una campana, e quindi era meglio urlare.
Così urlando:
" Nonna... sono io, Isabella, il tuo bel bambolotto, tua nipote,
nonna guardami... non mi riconosci?.... guardami… guardami !"
E mi misi irritata davanti al suo naso e sgranai gli occhi.
La mamma che in quel momento era in cucina a preparare la cena si
voltò e si mise a ridere. Veramente era da un po' che continuava
a ridere, da quando la nonna iniziò a chiedermi chi mai io fossi.
La nonna convinta disse:
"No! Tu sei Manuela... la mia bimba... bugiarda che non sei altro...
va via di qui!". EHHH! Avevo sentito bene? Pensai e spalancai la mia
boccuccia. Mi parve di rimanere in quella posizione un'eternità
finché le risate della mia mamma mi riportarono alla realtà.
"Ma scusa nonna, se io sono Manuela (il nome della mamma) chi è
quella là?" e così dicendo indicai la mamma.
"Boh! A me lo domandi... ma... senti un po'... che cosa ci fa quella
là grande nella mia casa... ehi, ehi, ehi... tu grande… vai via ...
ehi chi sei?". Si fermò un attimo poi riprese: "...via ...va via
dalla mia casa, a che chiamo i carambola... aiuto… aiuto... aiuto!".
A quel punto la mamma smise di ridere e cercò di calmare la nonna,
ma il giorno dopo la situazione fu tale e quale a quella del giorno
precedente. La mamma mi spiegò che la sua mente stava perdendo
pezzi di memoria e con essa i ricordi non riconosceva più il
presente e il passato prossimo, ma solo il passato remoto.
Altro ricordo che rimarrà sempre impresso nel mio cuore è "TUNAATA".
La mia nonna, nella fase avanzata della malattia, mi ripeteva in
continuazione "tunaata". Io la guardavo e le chiedevo che cosa
fosse o volesse, ma lei non rispondeva. Lei diceva "tunaata, tunaata"
e mi guardava con occhioni dolci di chi si aspetta qualcosa.
Mi faceva molta tenerezza e molte volte alla sua parola le rispondevo
sorridendole e accarezzandola. Non sapevo allora cosa significasse
per la nonna quella parola finché la mamma sentì la nonna rivolgermela.
Io mi girai verso la mamma e lei mi spiegò che cosa volesse dire
quella parola. Angelina, la mia nonna, quando era una bimba di
pochi mesi, non sapeva esprimersi come succede per tutti i bimbi
a quell'età. Ma come ogni bimba, ha esigenze che in qualche modo
doveva comunicare alla sua mamma, cioè la mia bis nonna.
"Tunaata" sta a significare una richiesta di coccole, di grattarle
la schiena e di portarle l'acqua. Ora la mia nonna lo chiedeva
insistentemente a me. Solo a me. Ero per lei la sua mamma.
Ero diventata la mamma della mia nonna. E lei la mia bambina.
Con una stretta al cuore abbracciai la nonna con tutto l'amore
che per lei nel mio cuore c'era e c'è tuttora. E piansi.
Da quel momento ebbi la certezza che la mia nonna non sarebbe
più stata come prima... Una mattina come tante altre, la nonna
era distesa sul divano. Mi domandavo cosa stesse succedendo,
non capivo tutta la tensione e la confusione attorno a me.
La mamma fece delle telefonate, capivo dal tono della voce
che era nervosa. Mi si avvicinò e con dolcezza mi disse che
la nonna per un po' sarebbe dovuta andare all'ospedale e che
io avrei dovuto stare qualche giorno dalla nonna paterna.
Ma io non volevo andarmene e lasciare la mia dolce nonna da sola.
Le accarezzai delicatamente il viso, guardai i suoi occhi chiusi
persi in chissà quale malattia, la stessa che le aveva portato
via il suo bel sorriso e aveva privato me la gioia di poterlo ricevere.
"Nonna... nonnina" la chiamai con un filo di voce. Lei si girò
lentamente verso di me. Aprì gli occhi, e mi guardò a lungo
intensamente. Non so se fu solo la mia sensazione o che, ma
i suoi occhi divennero più "liquidi" e assunsero un'espressione
melanconica. Subito dopo li richiuse e non li aprì più.
Mi sentii stringere il cuore e la gola mentre copiose lacrime
iniziarono a scendere come torrenti in piena lungo le mie guance.
La gioia che mi seppe dare con quello sguardo e allo stesso
tempo la tristezza che percepii furono emozioni che non
dimenticherò mai perché avvolsero il mio cuore e lì vi si adagiarono.
Morì il 19 marzo 2002.
Ma nel mio cuore la mia cara nonna è ancora viva.
Con infinito amore, Isabella.
Isabella Mora
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